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Erasmus

Messina, 03/02/2014 “lasciare il porto sicuro”, ma chi me lo fa fare?! Il letto, la mamma, la pasta e la Sicilia… la nonna, poi! Comunque, qui sto bene, perché “mollare gli ormeggi?!” Messina, 16/05/2014 Il mio nome, in un elenco, con tanti altri nomi… scorro il dito… Alicante! E ora?! Ho paura, eccome se ho paura! Che si fa in questi casi?!

L’Erasmus si considera oggi il progetto di scambio per eccellenza, la conquista più grande dell’Unione Europea, una delle più importanti fonti di interculturalità e integrazione. Io la considero… una “grande conquista dell’uomo”.

Barriere labili in un mondo che sembra volerle a tutti i costi mantenere; opportunità di scoprire l’altro in un mondo in cui l’altro ci fa quasi paura; possibilità di condivisione in un mondo in cui ormai vogliamo solo tenere tutto per noi. L’Erasmus diventa sovversione, ribellione, possibilità di riscatto in un mondo dalle altissime potenzialità, ma che decide di non sfruttarle.

Sono partita per il mio primo Erasmus a gennaio del 2014, senza avere idea di cosa realmente fosse l’Erasmus. Allora avevo sentito questa parola giusto un paio di volte e lo immaginavo come un mondo lontano in cui tutto era nuovo, difficile, quasi impossibile per una come me. E in realtà lo era davvero. Ho scelto la mia meta, Alicante, senza nemmeno sapere esattamente dove si trovasse e senza pensare a tutto quello che avrebbe comportato la mia scelta; oggi posso dire che è questo il migliore, se non l’unico, modo per approcciarsi a questo progetto, che spesso fa paura a “quelli come me”. “Quelli come me” sono gli abitudinari, legati al paese, alla casa, che non hanno idea di come si faccia una lavatrice o si accenda un forno. Ma funziona così, scegli una meta casuale, presenti la domanda, cerchi “Erasmus ad Alicante” su Google, vedi le foto della playa affollata, dei locali pieni di gente e parti. Perché se ci pensi troppo, cambi idea. E in realtà sono stata più volte sul punto di rinunciarci, persino sulla macchina verso l’aeroporto: “Mamma giriamo e torniamo a casa, ti prego”. Ma poi sono partita.

Pensandoci oggi stento a comprendere la sensazione di ansia e paura che ho provato per molto tempo, ma sforzandomi riesco a ricordare l’Alessia di quei giorni e a rendermi conto di quanto io adesso sia diversa, o meglio, più ricca. Non sono cambiata, mi sono scoperta, conosciuta, riscoperta, ma solo perché ho avuto per un secondo il coraggio di presentare la domanda e mettermi alla prova. Basta un attimo di sano coraggio, nulla di più. Poi è tutto in discesa. Tanto che dopo il primo non vuoi più fermarti e infatti io ne ho fatti altri due. Ma è il primo quello che ti resta nel cuore, nella testa, ti resta dentro l’anima, come il primo amore, come l’amico di infanzia, come la mamma che ti abbraccia. Da quel momento “Erasmus” non è un progetto, Erasmus diventa un amico, un amore, una famiglia, una carezza, una passeggiata spensierata sulla spiaggia, una cena spagnola, una lezione di lingua, un bacio, una festa, un pianto. Erasmus diventa una persona che sarà insieme a te per tutta la vita durante le tue giornate più belle, ma anche quelle più tristi. Diventa una presenza.

Non è tutto facile, bellissimo ed emozionante. C’è anche la paura, la tristezza, la mancanza di casa; c’è anche il bisogno di tornare, la difficoltà dell’andare avanti dopo aver cambiato ogni tua singola azione e attitudine. Ma sono questi gli ingredienti di un Erasmus che si rispetti. È l’insieme di sensazioni positive e negative che lo rende l’esperienza meravigliosa, costruttiva e unica che è.

Sono partita pensando che non ce l’avrei mai fatta ad affrontare una vita nuova e sono tornata pensando che non ce l’avrei più fatta ad affrontare la vecchia vita. In realtà so che posso affrontare entrambe le prospettive perché ho la consapevolezza di cosa sia essere lontani ed essere qui, ma non lo sapevo prima di farlo. Non sapevo che potevo partire, ma potevo anche restare; non sapevo che potevo essere me stessa ad Alicante, ma potevo esserlo anche a Patti; non sapevo che non è andare via che ti allontana da quello che hai dentro, ma te lo fa scoprire, capire e comprendere a fondo; non sapevo quanto fosse bello parlare un’altra lingua ogni giorno della tua vita e stare con gente di una parte sconosciuta del mondo; soprattutto

non sapevo che potevo anche fare una lavatrice senza scolorire i vestiti. Non sapevo cosa fossi in grado di essere e fare finché non l’ho fatto. Ma alla fine è così per tutto nella nostra vita. Non abbiamo un altro modo per scoprire cosa ci piace, cosa vogliamo essere e cosa siamo se non facendolo e basta, senza pensarci troppo. Dopo, ci ritroveremo diversi, ma sempre noi, con una grande consapevolezza e la certezza che niente è impossibile se troviamo il coraggio di fare il primo passo per iniziare.

Ricordo ancora perfettamente il mio arrivo all’aeroporto in Spagna perché non sono stata in grado di chiedere un panino al bar, nonostante stessi studiando lingue. Lo ricordo sorridendo perché, invece, il giorno del mio rientro ho chiesto “perdón” ad una signora alla stazione di Roma. Una mattina qualsiasi di marzo mi sono svegliata e mi sono resa conto che avevo sognato in spagnolo.

Ci definiscono la generazione Erasmus, invece siamo la generazione della bellezza, ecco cosa siamo. Ma la bellezza vera, non la banalità. Non la bellezza dei capelli e delle gambe. Quella degli occhi, delle narici, delle orecchie, del cuore. La bellezza di avere dentro sé stessi altre 136 persone, i loro volti, i loro sorrisi, le loro idee e le loro debolezze. Le loro palabrotas e i loro balli per strada con la sangria e i piedi scalzi, i loro modi di comunicare, sentire, parlare, vedere… vivere. La bellezza di avere 136 lingue perché ognuno parla la propria e allora poi la parli anche tu e loro parlano la tua. E come potresti essere più ricco di così? Hai 136 persone dentro e sai che una parte del loro mondo adesso è il tuo mondo. E avere dentro di sé un po’ di un’altra persona significa già viverla e amarla!

Erasmus è vivere un’altra cultura al 100% e tantissime altre in percentuali più o meno alte a seconda delle persone che ti circondano. È dire una frase in spagnolo, una in inglese ed una in italiano a seconda della persona che hai davanti. È imparare a salutare i tuoi amici secondo la loro cultura, imparare a pranzare e cenare secondo le loro abitudini, è imparare a parlare e gesticolare secondo il loro linguaggio. Spesso è semplicemente imparare a NON gesticolare e per noi siciliani è parecchio difficile. È gustare, respirare, guardare, toccare, ascoltare nuove realtà. È mettere alla prova i nostri sensi. È costruire una nuova famiglia, capace di consolarti e sostenerti nei momenti di tristezza e far festa con te per un esame all’università. Potrei continuare la lista di ciò che è stato ed è tutt’oggi per me senza mai saper mettere un punto. Posso anche dire ciò che non è. Non è perdere del tempo, non è restare indietro con gli esami, non è spendere soldi inutilmente. È tutto ciò che ci serve per crescere e conoscerci, ma soprattutto per conoscere gli altri. La connessione che si crea con il paese di accoglienza è unica ed inimitabile, indissolubile e indistruttibile. Da quel momento quella sarà una seconda casa, ci sentiremo quasi cittadini effettivi di quel luogo e quindi cittadini del mondo, non solo della propria terra d’origine. Paradossalmente, però, si è creato un rapporto altrettanto forte con il luogo da cui sono stata lontana per un po’ di tempo. Ho iniziato a guardarlo diversamente, ho trovato nella mia Patti ciò che pensavo non esistesse: un posto a cui poter dare il mio tempo e le mie energie e in cui riporre le mie attese, con la speranza di non dovermene mai pentire, né io né tutti coloro che hanno deciso o decideranno di fare lo stesso. Ma questo è un altro discorso….

Alicante, 07/03/2015 Quel profumo ormai lo riconoscerei tra mille. É il profumo di casa… casa mia! Entro, butto via la borsa e le scarpe e mi stendo sul letto… “certo”- penso- “se tornassi indietro, l’Erasmus lo farei anche 36 volte. Non cambi vita, inizi a vivere; non hai nuovi occhi, li apri per la prima volta. Quando sono arrivata ad Alicante avevo tanta paura: paura di non farcela, paura di non essere abbastanza, paura di essere debole. Da quando sono tornata da Alicante ho tanta paura: paura di non farcela, paura di non essere abbastanza, paura di essere debole. Ma è una paura diversa. Adesso ho paura di non farcela a fermarmi, ho paura di non essere abbastanza brava a restare dove sono, ho paura di essere debole e di non avere abbastanza difese immunitarie per resistere alla malattia del restare. Ma tu come la chiami? Paura o bellezza? La bellezza di non farcela a fermarmi, la bellezza di non essere abbastanza brava a restare dove sono, la bellezza di non avere abbastanza difese immunitarie per resistere alla malattia del restare.

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